Q
Ciao anchio sono un docker :(
sono incappato nel tuo blog googlegiando in preda ad una crisi di ansia e agitazione, volevo chiederti cosa ti abbia aiutato di più, se la terapia farmacologica o l'approccio psicologico.
Io le sto provando entrambe ma ultimamente non vedo più grossi risultati e comincio ad essere piuttosto sconfortato ..
Anonimo
A

Ciao :) sono contenta che tu mi abbia trovata così, era un po’ il mio scopo e spero di esserti utile.

Terapia farmacologica e psicologica sono ugualmente importanti, solo diciamo che la prima aiuta ad affrontare con più serenità la seconda, ma da sola non risolve il problema.

Che psicoterapia stai seguendo? Da quanto? 


Mi ritrovo spesso a pensare che anche se il mondo non è pronto per guardare in faccia chi soffre di DOC o di altri disturbi, in fondo me ne frego. 

So di non avere niente di cui vergognarmi, anche se le medicine sul comodino crescono e a differenza dell’inizio comincio a pensare che nemmeno la psichiatra sappia bene cos’ho, oltre al DOC.

A volte ho paura perché - per assurdo - sapere che tutto ciò a cui non ho mai saputo dare un nome si chiama DOC, mi fa sentire di avere il controllo. Di cosa, non lo so. Ma l’ignoto mi ha sempre fatto una gran paura e dirmi “E’ DOC, è DOC, è DOC” come un mantra aiutava. 
A suo modo una compulsione? Probabile, ecco perché ho smesso.
Peccato che ora la scusante per ogni cupaggine della mia mente sia “Sono malata, sono malata, sono malata” e ci sono giorni in cui più che rassicurarmi con questa consapevolezza, più che indulgere verso le mie mancanze, mi lascio trascinare da esse come una marionetta. 

E poi c’è qualcosa di intrigante in tutto questo. Certo è più appagante che rendersi conto che il vuoto a volte è soltanto vuoto, senza malattia, senza deviazione, senza scusanti. 

Ed è il vuoto ciò che mi tormenta. A volte mi chiedo se sia in verità per sfuggirgli, per ridefinirlo che non faccio più nulla per nascondere la mia malattia. E’ per negare il vuoto che non mi nascondo? Per urlare “Fermi tutti, un attimo, questa non sono io! Io non sono spenta, io non sono così morta, c’è un motivo ed ho una diagnosi!”.
Mi vergogno profondamente quando realizzo che un po’ è così. Sarebbe più nobile portare la malattia in palmo di mano senza vergogna, rischiando il giudizio altrui perché in fondo non è giusto per niente che il mondo non sia pronto.

Ma forse neanche io lo sono.

Detesto sentir parlare di psicofarmaci sottovoce, sgomitando e additando, quasi fosse una marchio scarlatto per chi li prende. Detesto l’ignoranza che regna fra i cosiddetti sani per cui un ossessivo-compulsivo è soltanto un buffone che si lava cento volte le mani.
Detesto la confusione nevrosi - psicosi, detesto che malattia sia soltanto qualcosa di fisico e ciò che è mentale è appannaggio dei deboli, di chi non sa affrontare la vita.

Ben venga non essere normali, allora. Non essere sani e avere solo domande, che esserlo ed avere un pugno di risposte sbagliate.

Ma non è per questo che sarebbe bello uscire allo scoperto. Non è per ergersi al di sopra di qualcuno, ghettizzandosi ancora di più. 
Mi rendo tristemente conto, inoltre, che probabilmente non dovrei rendere conto al mio datore di lavoro se soffrissi di ipertensione, ma certo sarei guardata con occhi diversi se cominciassi a non negare di essere un’ossessiva.

Ci sono tanti motivi per liberare la mente e concentrarsi su altro. Voglio dimostrare, soprattutto a me stessa, che sono ancora viva.
Voglio riempirlo in qualche altro modo, questo vuoto.
E allora non mi lamenterò più di nulla di ciò che è nella mia mente, se non qui. 

Io non sono la mia malattia.


Tornare dal mondo di fuori e dover cercare la chiave

Quando piango o mi tormento per qualcosa non penso mai, né ho mai pensato, che la vita sia ingiusta. Perché sono io il mio mostro.

Questo mi frulla per la testa, ultimamente. O, per meglio dire, mi frulla la testa, date le condizioni in cui i pensieri mi raggiungono.

***

Il titolo che ho voluto dare a questo spazio è “The world is outside”, il mondo è fuori. Ci sono stata, fuori e l’aria, il vento, il cielo e tutto quanto, loro che mi sembravano ombre minacciose alla finestra quando vivevo rintanata in casa, al sicuro nel mio letto, proprio loro sono state la mia medicina.

O una delle tante.

La soluzione è sempre una sola: abbracciare le proprie paure e affrontarle, cullandole lentamente, dando loro il tempo per sciogliersi. 
Ci sono giorni in cui prevale una sorta di istinto di autoconservazione e non ce n’è, ogni sforzo sembra privo di senso e il letto e la penombra della propria casa sembrano l’unico luogo fatto su misura per noi.

***

Del resto gridare alla sconfitta per un giorno solo in cui va così sarebbe tipico di noi ed è malato tanto quanto lasciarsi andare. No, ho lottato e sofferto anche per uscire da questi binari così spietati, dall’inesorabilità dell’essere una persona tutta d’un pezzo. E un pezzo di quelli buoni. 
Non mi interessa più, sono un essere umano e quando voglio odiarmi me lo ricordo fin troppo bene, ho ben presenti i miei difetti e limiti. Perché non posso usarli anche in un modo più sano? Perché non posso tenerli a mente quando una parte di me vuole essere indulgente e l’altra mi fa credere che chi si ferma, anche solo per un istante, è perduto per sempre?

***

In ogni caso ho avuto i miei tempi, ma sono uscita anche quando l’idea mi straziava, ho trovato un lavoro mettendo a tacere le ossessioni sull’inadeguatezza, la paura del cambiamento, l’angoscia di alcuni giorni.

Ho adottato due gatti, anche se a volte penso di essere una terribile creatura incapace di prendersi cura degli altri e dare amore. Né tantomeno riceverlo.

Mi alzo, mangio all’ora giusta, torno a casa stanca, dormo. E via un altro giorno. Sono una persona normale, che si gode anche più di qualche cosa, ma quando mi vedo da fuori mi rendo conto che quest’immagine socialmente accettabile non rende giustizia a quello che ancora ho dentro. E vorrei urlare.

***

Forse, mi dico, è ora di tornare. Il sole tramonta, è finito il tempo dei giochi ed ho paura di rientrare come quando sapevo che mi avrebbe aspettato una bella strigliata. 

Quindi… ho paura di me? Il massimo dell’autarchia!

Ho cominciato un’esperienza, abbastanza estrema per una persona come me. Immaginate cosa possa essere la meditazione per una persona che soffre di DOC. Ecco. 
Immaginate la difficoltà di chiudere gli occhi, restare in silenzio e guardarsi dentro senza venirne inghiottiti.

La prima volta non riuscivo a tenere gli occhi chiusi. Non sapevo quando mi sarebbe stato detto di riaprirli, non sapevo come occupare il tempo e il silenzio mi sembrava assordante.

Poi è successo che mi sono fidata e ho seguito le istruzioni. E sono caduta in una sorta di trance in cui il mio corpo e la mia mente erano pesanti e leggeri allo stesso tempo, e i miei pensieri erano altrove, altro da me. Ed è stato tanto bello che se me l’avessero detto un anno fa avrei pianto, credo.

Dicono che la meditazione sia l’arte di non fare niente. Quando medito non sono nulla, non voglio nulla e non chiedo nulla.
E credo che il mio punto di partenza, più che obiettivo, debba essere questo.
Quando riuscirò davvero a ricreare questo stato di cose a comando, avrò la mia tela bianca su cui dipingere ciò che voglio.

Amandone ogni errore, ogni imperfezione, ogni deviazione.

***

Perché questa sono io. E anche se ho passato dei giorni oggettivamente orribili, in questo momento penso che se è vero che a volte mi sembra di non aver altro da raccontare che la mia malattia, è vero anche che forse questi racconti non sono del tutto non interessanti.

Che fanno parte di me, del mio modo di affrontare le cose e anche in questo caso oltre alla partenza e all’arrivo forse conta anche il viaggio.

***

Ci sono tanti film, libri e videogiochi in cui l’eroe esce ad affrontare il nemico con armi inverosimili, perché io, con la mia spadina di legno contro un mostro di queste proporzioni, non dovrei essere una grande guerriera? 


E non ti vengo a cercare, non sto bene con te.

Sono stata in vacanza.

Fisicamente e mentalmente, sono stata a chilometri da qui. Ogni tanto pensavo al DOC, chiedendomi perché mai dovessi spendere del tempo a richiamare qualcosa che avevo impiegato tanto tempo ad allontanare. Non lo so nemmeno io, forse è il residuo bisogno di controllare, di cercarlo, per non rischiare di trovarmelo alle spalle.

Ho un folle terrore delle vespe. Quando una di esse entra nel mio campo visivo ho bisogno di seguirla finché non sono sicura che sia lontana. A volte penso che sia così anche per il DOC. L’ho visto arrivare, più di qualche volta mi ha punto, infettato, e ora ho bisogno di seguirne la traiettoria, verificare di tanto in tanto dov’è.

So che è questo è ancora uno strascico della malattia, ma quando sto bene queste verifiche diventano più rarefatte nel tempo e mi sento libera di essere soddisfatta di me. Un mese senza DOC. Un mese intero di vita, di totale e incondizionata serenità. Un mese in cui non ho avuto bisogno di distrarmi meccanicamente, mettendo in pratica una serie di step poco spontanei allo scopo di portare la mia mente lontano dall’ossessione. 

Non dico che non funzionasse. I 4 gradini di Schwartz mi hanno salvato, nei primi periodi, e ho portato sempre con me il suo libro per molto tempo. Pensavo “Se la notte non dormo e mi torna l’ansia, leggo Schwartz”. Avevo radunato tutti gli evidenziatori colorati di casa e li avevo messi accanto al libro, vicino al letto, pronti a essere usati per riquadrare, sottolineare, decorare quelle pagine. Non era più un grigio manuale terapeutico, era diventato il mio sciroppo per il DOC, ma di quegli sciroppi per bambini che sanno di fragole e zucchero.

Non so se sono fuori da quell’inferno, ma mi piace mettere insieme dei fatti senza trarre le conclusioni, ché ho ancora troppa paura di sbagliare per poterlo fare.

Sono globalmente felice e ho passato momenti di felicità profonda.

Ho pianto a dirotto per motivi totalmente esterni al DOC, per la prima volta quest’anno. Mi importa ancora delle cose. All’esterno potrà sembrare assurdo essere contenti di aver pianto (nella fattispecie per il distacco dalla mia famiglia), ma io so di cosa parlo e sono contenta.

Mia “suocera”, così si fa chiamare e così mi piace pensarla, perché è famiglia anche lei, mi ha detto che mi vede meglio. Senza che io le dicessi niente. Ha detto che è proprio contenta di vedermi così bene, che non ne ho idea.

Non ho più bisogno di portarmi lo svago ovunque. Faccio la doccia, cucino, lavo i piatti e talvolta anche mangio senza l’impellente bisogno di distrarre la mente. Posso stare sola con i miei pensieri e non ne ho paura.

Forse non ne sono fuori del tutto, ma ho deciso di lasciarlo andare, come se non esistesse più. Lascio andare il mio distorto meccanismo di difesa, il mio essere tutta d’un pezzo, scardino per sempre (o anche fino a data da destinarsi) la mia saracinesca. Non c’è nessuna minaccia né all’orizzonte né altrove, nessun nemico che io non possa fronteggiare. Non ho bisogno di certezze. Mi piacciono i dubbi, mi piace potermi mettere in discussione, non ho paura di poter cambiare idea. I personaggi tutti d’un pezzo li lascio ai romanzi di formazione. Trovo più interessante essere un insieme di parti. E non credo più, se mai l’ho creduto, che per proteggersi ci si debba necessariamente chiudere a riccio.

Mettere in pratica tutto questo richiederà tempo, scardinare le abitudini non è una passeggiata. Ma quantomeno ho il manifesto, la dichiarazione d’intenti.

So che non hai mai voluto essermi nemico, ma non credo che tornerò a cercarti. Non sto bene con te.


je suis l’empire à la fin de la décadence

… qui regarde passer les grands Barbares blancs.

Il mio impero è stato razziato e saccheggiato da un’orda barbarica che ha un nome e da lungo tempo assediava i miei confini. I miei generali per lunghi anni hanno consigliato una strategia difensiva, sperando forse di placare la furia devastatrice di quella tribù senza onore. 

Come loro attaccavano, noi ci ritrovavamo a contare i nemici e constatare di volta in volta un’inquietante disparità. Ci ritiravamo, evitavamo il conflitto, pregando che l’orda si limitasse a lambire le nostre campagne. 

Ha finito, però, per volere sempre di più. Dopo un ventennio di schermaglie alla fine ha invaso la mia capitale, insidiato il mio trono, fatto il bello e il cattivo tempo per lunghi mesi in cui tutto sembrava perduto. Straniera nel mio impero, ho capito che la strategia dei miei generali era sempre stata scriteriata e deleteria. 

Temevamo di non avere le truppe necessarie, temevamo che la rappresaglia sarebbe stata tremenda. Abbiamo fornito al nemico armi che nemmeno sognava. Gliele abbiamo consegnate prima della battaglia decisiva, permettendogli di usarle contro di noi.

Che senso poteva mai avere essere sconfitti senza aver mai combattuto? Morire di terrore senza averlo nemmeno mai visto in faccia, questo nemico misterioso? Sentivamo parlare dei terribili Unni, ed ecco che nelle nostre stesse storie questi barbari diventavano altrettanto sanguinari, spietati, disumani.

È forse troppo tardi, dunque, per tentare di scacciare il nemico dopo avergli spianato la strada? No. Non ho fatto due volte lo stesso errore. Non ho rinunciato una seconda volta in partenza per onore, vergogna o vigliaccheria. Ho scoperto, dopo aver contato molte perdite, che c’erano ancora cose più importanti.

Il mio impero sta conducendo la battaglia, contando ogni avamposto e gloriandosi di ogni passo indietro cui il nemico è stato costretto. Non l’abbiamo preso, forse non avremo mai le membra del loro Brenno da esporre davanti alle mura della nostra capitale. Ma siamo più forti, liberi e uomini ora che stiamo imparando a respingerlo che quando pregavamo perché non varcasse mai i nostri confini.

Non è mai troppo tardi per dichiarare guerra.



Confessioni di una mente pericolosa

Ebbene sì. 

Se sei mesi fa avessi dovuto scegliere un titolo per il diario dei miei pensieri, avrei sicuramente optato per questo.

Se talvolta, in qualche breve sprazzo di lucidità, mi convincevo che no, non avevo investito nessuno senza accorgermene, non avevo infranto la legge e non sarei stata arrestata da un momento all’altro, restavo nella ferma convinzione che comunque prima o poi avrei fatto qualcosa di terribile. 

Quasi sicuramente mi trovavo in un periodo stressante, per un motivo o per un altro, ma gli unici momenti vividamente impressi nella mia memoria, che di solito è molto, molto buona, sono quelli in cui mi figuravo scene trucide in cui brandivo il coltello da cucina e lo piantavo nel petto del mio ragazzo. Tagliavo le cipolle e pensavo a questo. Mi dicevo, sul momento, che non era possibile, ma poi la mia mente mi rispondeva che la sequenza di azioni necessaria era talmente breve e immediata da separarmi di poco dall’atto compiuto. Ho un coltello in mano. Il mio ragazzo è accanto a me, stiamo chiacchierando. Dovrei solo voltarmi, e avrei finito. No, mi rifiutavo di correre un simile rischio.

La mia cucina ha una doppia porta, che ho sempre visto come splendida, quasi trionfale nel suo bianco avorio pronto a essere spalancato sull’angolo di mondo di cui mi servivo per viziarci con pranzi, cene, colazioni e lussuriosi spuntini. Da quel momento in poi la cucina non era più questo. Era una nemica perché conteneva quel ceppo di coltelli che avevamo acquistato, soddisfattissimi, ad un prezzo più che ragionevole. E la sua doppia porta trionfale era doppiamente nemica, perché priva di chiave. Avevo deciso che non ero una pazza, non avrei mai fatto del male a nessuno, consciamente, figuriamoci alla persona che amo. Poi se anche fosse stato io, essendo minuta e ben poco atletica, non potevo certo essere in grado di fare del male al mio ragazzo. Il mio doc, allora, ha aggirato questa ritrovata certezza dicendomi E se invece lo facessi mentre dorme? Da sonnambula? L’unica soluzione era quella di chiudere a chiave la cucina e nascondere la chiave in un posto che da sonnambula mai avrei potuto raggiungere. Se quelle porte avessero avuto la serratura, rendiamoci conto, l’avrei fatto. Per settimane ho cercato di ideare metodi degni di McGuyver per sprangare quelle dannate porte, ma alla fine sono stata costretta a fare, molto involontariamente, quella che viene chiamata esposizione e infischiarmene del pericolo. 

Beh, è passato e non ho fatto del male a nessuno. Nemmeno a me stessa, neanche per sbaglio, nemmeno un taglietto per sbaglio, affettando i pomodori. Tiè, doccaccio. 

La morale di questa storia che ammetto, trovo ancora un po’ angosciante rivangare (il mio doc in questo momento mi sta facendo temere che leggendo questo post qualcuno verrà davvero ad arrestarmi o internarmi), è che per quanto inaccettabile, orribile, inqualificabile possa sembrarci un pensiero, non equivale a un’azione. Mai. E se un’educazione rigidamente cattolica vi ha convinti del contrario beh, è arrivata l’ora di sostituire al senso letterale un po’ più di elasticità. I dockers tendono ad effettuare quella che viene chiamata fusione pensiero-azione, e ad associare cioè a un determinato pensiero un effettivo pericolo o un giudizio morale insindacabile. Questa definizione è ovviamente incompleta e poco esauriente, consiglio caldamente di approfondire l’argomento leggendo qualcosa di più specifico e autorevole degli sproloqui della sottoscritta.
Ad ogni modo, per fare qualche esempio, se passeggiando per la strada sopraggiunge il pensiero intrusivo di sferrare un calcio a un’indifesa vecchietta allora sono uno psicotico latente, se leggendo un articolo di turbe cronaca nera provo un fremito paragonabile all’eccitazione sono un morboso, un deviato, se per anche solo un millisecondo mi immagino in atteggiamenti intimi con mio fratello, zio, cugino, pescegatto di famiglia allora sono un incestuoso. 
Niente di tutto questo è nemmeno lontanamente vero. Come afferma Lee Baer in The imp of mind ogni uomo ha un lato sadico, che porta di tanto in tanto la sua mente a immaginare situazioni socialmente e moralmente inaccettabili. Capita a tutti, e uno dei primi esempi terapeutici che descrive è proprio quello di un prete tormentato dall’idea di trovare sessualmente attraenti le donne con cui aveva a che fare. Questo prete era più che sicuro di voler tener fede al voto di castità, e proprio per questo trovava inaccettabili e inammissibili i voli della sua immaginazione. 

Certo, questo esempio è molto meno penoso di altri che avrei potuto fare nell’ambito di doc aggressivi o pedofili, in cui la persona affetta da tali ossessioni è letteralmente logorata dalla propria coscienza. Nessun docker metterà mai in atto ciò che teme, perché è proprio questa la chiave: il doc si attacca a ciò che più temiamo. Il prete di cui sopra aveva nella castità quasi uno scopo di vita, mentre il doc pedofilo o aggressivo colpisce spessissimo madri e padri di famiglia, che temono di fare del male alla creatura che più amano. Viste dall’esterno sembrano paure irrazionali. Come si può temere di far del male a qualcuno se l’idea appare così spaventosa e terribile? Beh, trattandosi di un disturbo, che per quanto perfettamente curabile può essere molto invalidante, questa certezza non basta più, sembra svanire. Ci si dice Dio mio, se sono stato capace di immaginare di far del male a mio figlio sono una persona orribile e magari potrei farlo davvero. Fusione pensiero-azione. 

Sostiene ancora Baer, e qui prego eventuali lettori di prendere con enormi pinze ciò che sto scrivendo perché non sono un’esperta e non userò termini tecnici, che nel doc ci si trova di fronte a una sorta di malfunzionamento del lobo frontale del cervello, deputato ad inviare sensazioni come la responsabilità, il senso di colpa e affini. Malfunzionamento sì, ma in termini di superlavoro. Baer, infatti, distingue un docker da un effettivo psicotico proprio per via dell’insopportabile senso di colpa che accompagna sempre questo genere di ossessioni. C’è, intensissima, la percezione dell’immoralità dell’atto che si teme di compiere. Anche se a volte, quando il disturbo di cronicizza, sembra di no. Ho letto più di qualche persona, che come me utilizzava l’ansia per riconoscere le ossessioni, che scriveva di non provare più niente all’idea di suicidarsi (nel caso di doc da suicidio) o mettere in pratica l’oggetto delle ossessioni. E certo che non provava più niente. Purtroppo dirsi “non farò mai la cosa che temo perché provo ansia all’idea di farla” è una rassicurazione che senza adeguata terapia lascia il tempo che trova. Prima o poi arriva il doc a chiedere se davvero si prova tutta questa ansia. E a quel punto non la si sente più, perché la paura più grande è diventata “Non provare ansia o disgusto all’idea di mettere in atto l’ossessione”. E il doc ha attaccato con successo proprio questo.

Dov’è la soluzione, allora? Vorrei citare, paro paro, un’illuminante risposta data dal dottor Melli, presidente di IPSICO e AIDOC a un ragazzo che soffre di doc pedofilo:

Carissimo,
il suo errore fondamentale sta nel valutare che accettare queste immagini “oscene”, concedersi di sperimentarle, sia un segnale di malattia (pedofilia). Sarebbe come dire che eccitarsi guardando altre persone avere un rapporto sessuale è il segno di essere un “guardone” (tecnicamente detto vouyer). Tutti si possono eccitare guardando altri avere rapporti (altrimenti non esisterebbe l’erotismo) ma questo non significa essere perversi.
Allo stesso modo, accettare di provare un impulso verso una persona dello stesso sesso non significa certo essere un omosessuale.
Sono tutte cose normalissime e diventano ossessive soltanto perché la nostra morale non ci consente di accettare che noi pensiamo tranquillamente (e non con orrore o disgusto) cose così oscene senza etichettarci come “persone oscene”, al pari dei pedofili veri.

È proprio così, anche se per me leggere questo intervento all’inizio della terapia avrebbe costituito un ottimo spunto ma, ahimè, non la soluzione. Il punto non è impedirsi di pensare, perché ognuno di noi vive ogni giorno immagini intrusive di ogni tipo. Bisogna imparare a scindere il pensiero dall’azione, riuscire a convincersi che pensare qualcosa non ci rende perversi o pericolosi, specie se - per giunta - siamo così rigidi e intransigenti nel giudicare come inaccettabile o bizzarro quel pensiero. 

Per quanto mi riguarda dovrò accantonare questo titolo per la mia futura autobiografia. La mia mente, per fortuna o purtroppo, è perfettamente comune.


Letture consigliate

Oggi ho un diavolo per capello e per evitare un post di improperi devio sulle letture consigliate. Naturalmente a tema DOC!

Uno su tutti Il cervello bloccato di Schwartz. Sfortunatamente è diventato estremamente difficile da trovare in italiano nei canali ufficiali e trattandosi di un testo piuttosto specialistico immagino che la lettura in lingua inglese non sia proprio amena e scorrevole. Conosco tuttavia il modo per procurarselo e sarò ben felice di dare indicazioni, se richiesto.

Un altro buon testo, ben più facile da trovare in commercio, è Vincere le ossessioni di Melli. È molto ben scritto e dà un’infarinatura sulle tipologie di ossessioni, sui metodi terapeutici compresi esercizi da poter fare da soli e ha anche un breve capitolo dedicato a chi ha a che fare con un docker, contenente le indicazioni per potergli dare il giusto supporto. Credo sia davvero ottimo come prima lettura sul tema, dato che dà le basi per poter passare a un testo più complesso come quello di Schwartz.

Un testo davvero prezioso per chi soffre di ossessioni pure (non accompagnate cioè da compulsioni fisiche evidenti) è The imp of mind di Lee Baer. È disponibile soltanto in inglese, ma è in corso un progetto di traduzione da parte di due lodevolissime volontarie. Anche qui sarò più che lieta di indicare dove poter consultare la traduzione.

Mi è stato molto consigliato, infine, Come raggiungere la padronanza e il controllo di sé, sempre di Lee Baer. Sfortunatamente anche questo testo non è più reperibile in italiano. Fidandomi del consiglio lo segnalo comunque, sia mai che spunti fuori in qualche libreria poco battuta o mercatino dell’usato. 

Sempre nella categoria consigli inserisco Non riesco a fare a meno di… verificare, contare, lavare, controllare. Come riconoscere e liberarsi dalle ossessioni, manie, fissazioni e compulsioni di Alain Sauteraud. Come suggerisce il titolo è un testo molto valido per il DOC accompagnato da compulsioni fisiche e rituali. Essendo praticamente un’ossessiva pura (Denominazione di Origine Controllata, oserei dire) me lo sono risparmiato, ma c’è chi l’ha trovato molto, molto utile.

Beh, buona lettura :)!

Una piccola postilla: ho citato unicamente testi che ho avuto modo di valutare attraverso esperienza personale o opinioni altrui. Questo elenco non ha alcuna pretesa di completezza e anzi, sono dispostissima ad aggiornarlo qualora qualcuno desideri segnalare qualche altro testo.


Alla ricerca della perfezione

Avevo stabilito con me stessa che avrei scritto un post al giorno. Non l’ho fatto. Sei mesi fa avrei abbandonato questo progettino solo perché non ero riuscita a rispettare la tabella di marcia iniziale. Oggi riesco a dirmi che non fa niente. Che so che desidero continuarlo e non posso permettermi di far diventare un obbligo anche ciò che faccio per passione.

Anche il perfezionismo ha a che fare con il Disturbo Ossessivo Compulsivo (d’ora in poi DOC, per comodità e pigrizia), e ha condizionato la mia intera esistenza. 
Sono una persona dotata di potenzialità. Ho sempre ottenuto il massimo (o quasi) negli studi, con il minimo sforzo. Sono sempre stata sostenuta dalla mia famiglia (genitori, nonni, zii, canarini) che non ha fatto che ribadire dalla mia infanzia in poi quanto io fossi intelligente e speciale.
Ho cominciato a credere che riuscire in qualcosa significasse averla in pugno al primo colpo. Ho iniziato a suonare la chitarra almeno quattro volte, lasciando dopo un mese o due perché non progredivo abbastanza in fretta, perché stava diventando troppo tardi (questo prima dei vent’anni, per rendere un’idea della distorsione cognitiva alla base di questi pensieri), perché in fondo c’era tanta gente che sarebbe comunque rimasta più brava di me.
Non ho mai scritto perché credevo che un bravo scrittore dovesse avere in mente il finale del suo romanzo dall’inizio, e io avevo la testa affollata da stralci di idee.

Mi dicevo che se non potevo essere perfetta in una data attività, secondo una mia distorta idea di perfezione, tanto valeva che lasciassi perdere.
Mi sono privata delle mie passioni perché ero troppo impegnata a incanalare una mente troppo caotica nei binari di rigidi sistemi di regole che io stessa inventavo. Non ne vale la pena.

C’è un unico ambito in cui oggi uso la parola “perfetto”, oltre a quello gastronomico: quello della ricerca delle motivazioni per combattere il doc. Ce ne sono alcune che reputo davvero perfette, per via della forza che sono in grado di infondere.

Il DOC è un disturbo infido e ignobile, capace di scagliarci da un momento all’altro in uno stato di profonda disperazione. Banalmente è così. Mi sono chiesta più volte cosa si possa pensare dall’esterno di ossessioni come “Potrei aver investito qualcuno e non ricordarmene o non essermene accorta” o “Potrei aver tradito il mio ragazzo e non ricordarmene” o ancora “Potrei essere posseduta dal diavolo, rapita dagli alieni, strappata alla vita da un’orribile malattia”. Quando non avevo ancora una diagnosi la gente con cui mi confidavo dopo un primo momento in cui cercava in ogni modo di confortarmi non poteva che dirmi “Ma smettila di pensare a queste cose, sono assurde. Goditi la vita e smettila di farti tanti problemi”. Sì, sono assurde. Oggi, in questo particolare momento del mio percorso in cui le ossessioni sono abbastanza sotto controllo, lo ammetto.
Ed è per questo che il DOC è tanto penoso. Non è importante quanto un problema sia inconsistente. Per un docker è semplicemente una disgrazia, una situazione senza uscita. Il paragone che ho sempre trovato calzante è quello del trovarsi davanti una tigre. Sai che sei più lento e più debole di lei, sai di non avere scampo. Ti senti già morto ancor prima di sapere se la tigre si scaglierà contro di te, perché ti sembra matematico che la cosa accadrà e che tu non avrai alcuna possibilità di opporti. Non importa quanto lontano sia questo paragone con gli esempi che ho fatto poche righe fa. La percezione del pericolo, totale e inesorabile, è la medesima. Da dubbio diventa certezza, perché il solo fatto che vi sia lo 0,0001% di probabilità che la paura di un docker diventi realtà rende tale paura una condanna. Un fatto accaduto.
Per fare un altro esempio, questa volta un po’ macabro, non posso sapere se in questo istante un male incurabile mi stia o meno divorando a mia insaputa. È molto improbabile, dato il mio stato di salute e il poco tempo intercorso dai miei ultimi esami, ma non posso essere in alcun modo certa che non sia così. Qualche anno fa, all’epoca di una fase del disturbo in cui avevo ossessioni legate alla mia salute, non potevo in alcun modo tollerare questa incertezza. Monitoravo ogni sintomo, ogni piccolo dolore, ogni percezione. Era come trovarsi in un’enorme stanza vuota e ascoltarne ogni minimo scricchiolio. Questo continuo monitoraggio, ovviamente, mi faceva percepire i sintomi più strani. Ricordo una sera in cui a furia di palparmi i linfonodi del collo mi sembrava di aver perso la percezione della gola e non riuscivo più a respirare bene. Ho chiamato la guardia medica e mi sono fatta praticamente giurare che se gli esami erano a posto non c’era alcuna possibilità che io avessi un tumore.
Sono una persona generalmente schiva e a tratti anche timida, ma in quel momento ero talmente disperata da fare una richiesta tanto umiliante, con una disperazione nella voce da muovere a pietà quel povero medico dall’altro capo del telefono.
Inutile dire che quella rassicurazione non mi bastò, e continuai per almeno un anno a fare puntate settimanali dal medico e farmi prescrivere esami assolutamente inutili per una diciottenne sanissima.

Il doc è una prigione i cui detenuti sono poco più che schiavi. Tolti i momenti peggiori, quelli in cui l’attacco di panico è a un passo, il DOC ha anche dei momenti buoni. Dei momenti di profondo sollievo, in cui la tensione di tutti i nostri muscoli provati dall’angoscia costante si rilascia facendoci piombare in una mollezza rassicurante. Questi momenti hanno un prezzo. Torniamo a immaginare la tigre. Siamo lì davanti a lei. Immagino quella scena magistrale di La Mia Africa in cui Meryl Streep e Robert Redford sono soli davanti a un leone, nel bel mezzo della savana. Immobili e terrorizzati. Immaginate l’animale che vi pare, l’importante è che renda l’idea. Immaginate (anche molto vagamente, non la buttiamo sullo splatter) di potervi staccare un braccio, una gamba, un pizzico di pancia o di coscia e di lanciarla alla tigre. Qualche secondo di pace, mentre la tigre è intenta a divorare ciò di cui vi siete privati. Ricominciate a respirare, anche solo per un istante, ed è meravigliosamente liberatorio.
Per il DOC è la stessa cosa. Sì, è possibile abbassare l’ansia derivante dalla paura di aver contratto l’AIDS in chissà quale occasione. Basta fare un test. È possibile sapere se quel rumorino sentito mentre si guidava era un povero pedone investito. Basta invertire la marcia e tornare indietro a controllare lungo tutto il tragitto. È possibile sapere se per caso non abbiamo ucciso i nostri genitori nel sonno. È sufficiente alzarsi dal letto, socchiudere la porta della loro stanza e sentirli respirare. Il problema è che non sarà abbastanza. L’istante di pace durerà un’ora, mezza giornata, una notte, ma l’ossessione martellante tornerà più forte di prima perché in fondo non possiamo sapere se il test è stato svolto in maniera corretta (avranno mica invertito i campioni?), se il pedone investito non è stato già raccolto dall’ambulanza o magari sbalzato fra l’erba alta, se, se, se. 
Non possiamo sapere se gli ascensori o gli aerei sono effettivamente sicuri. Se i bagni pubblici sono abbastanza puliti, se maneggiando quel coltello da cucina non avremo un raptus di follia. Allora è meglio evitare. Niente più ascensore, niente aereo, niente bagno pubblico, niente coltelli. Delle ossessioni elencate ho avuto quella per i coltelli, e ricordo distintamente che nel dormiveglia pensavo a dei modi per mettere un lucchetto alla porta della cucina (priva di serratura, ahimè) in modo da impedirmi di accedervi nella notte da sonnambula (mai stata tale in vita mia, peraltro), afferrare un coltello e uccidere il mio ignaro e indifeso fidanzato che dormiva accanto a me.
In questo sta la schiavitù. È possibile abbassare l’ansia, condannandosi a un’infinita serie di auto-privazioni, una più assurda e penosa dell’altra. Questa non è vita. Non è giusto ridursi così. 

Onestamente non credevo, all’inizio, che avrei potuto stare meglio. Credevo che, in un certo senso, quello a cui ero arrivata fosse il fondo e non potessi uscirne indenne. Ero incappata in un forum (che sempre sia lodato) frequentato da persone con i miei stessi “sintomi” e dopo un sollievo durato tipo un’ora o due dubitavo di nuovo, mi dicevo che non potevo certo decidere da sola che il mio fosse DOC. Ho avuto quattro diagnosi, da quattro specialisti diversi (tre psicoterapeuti e uno psichiatra) e ancora oggi a volte dubito. Tutti i dockers dubitano perfino che sia davvero quello il loro disturbo.

A un certo punto me ne sono proprio fregata. Ho fatto una sorta di atto di fede e mi sono detta che tanto non avevo altre idee per tentare di uscire da quell’inferno. Mi sarei fidata della terapia e ci avrei messo tutto l’impegno necessario. Nei momenti di peggiore sconforto ripenso ai “motivi perfetti” per non lasciarsi andare, per non arrendersi al DOC. E l’aggettivo perfetti si carica di affetto, speranza, energia, perché è l’obiettivo di una vita davvero mia e non più schiava delle paure e delle ossessioni ad elettrizzarmi quando l’apatia e la frustrazione prevalgono.

Sarà scontato, ma se qualcuno ancora non lo sapesse lo ripeto: si può guarire dal DOC. Ed è il favore più grande che possiate fare a voi stessi e alla vostra autostima.


une année sans lumiere

Non importa chi scrive. Ci sono cose che capitano e non guardano in faccia nessuno. Il doc (Disturbo Ossessivo Compulsivo) è una di queste.

Certo, non è corretto affermare che chiunque potrebbe essere colpito da questo disturbo. Ci sono alcune predisposizioni che i terapeuti sanno descrivere e rilevare molto meglio di me, è il loro lavoro e si tratta di informazioni più utili a loro che a chi è invischiato nel doc dalla testa ai piedi. 

Il messaggio che voglio far passare è che di questo disturbo non sono importanti le cause, i precedenti, i traumi, l’infanzia e tutto ciò che ad essa concerne. Andare a ritroso, nella spasmodica ricerca di quando tutto ha cominciato a formarsi, non farà altro che portare a un docker (termine con cui talvolta è chiamato chi soffre di doc) ulteriore confusione e frustrazione.

Se il vaso di Pandora è stato scoperchiato, a chi mai può interessare chi l’ha costruito e come? Ben più importante è imparare a fronteggiare i mali che ha liberato.  

Dal Disturbo Ossessivo Compulsivo si può guarire. Qualunque sia il tipo di ossessioni che si porta dietro. Il disturbo ed il suo meccanismo sono sempre uguali, anche quando le sue manifestazioni sembrano palesemente differenti. 

Ho scoperto di soffrire di questo disturbo all’incirca sei mesi fa, sebbene gli indizi della sua presenza più o meno latente siano presenti lungo tutta la mia (breve) vita. 
Circa un anno fa il mio vaso di Pandora si è scoperchiato, e non è più stato richiuso. È stato uno degli anni più felici da quando ho memoria e ho provato una rabbia devastante verso questo Mostro che ha cercato di rovinarmi tutto ciò che avevo duramente conquistato. Ciò che meritavo (e merito), nonostante una vocina nella testa continui a dirmi che non è così. 

La rabbia è stata costruttiva. Mi sono ribellata perché ho una vita a cui tengo. Affetti, passioni, traguardi. E tengo a me stessa, non sopra ogni cosa ma… beh, sto cominciando a dare un peso anche all’autostima. Ero arrabbiata perché ho avuto tanti anni bui, ma il doc è esploso ora in tutta la sua forza. Mi chiedevo che senso avesse, ora che ero felice. Il lato positivo è che tutta questa rabbia (oltre a tutte le persone che mi sono vicine in questa guerra) ha fatto sì che non mi lasciassi andare e reagissi, una buona volta.

I primi giorni mi sentivo in una sorta di delirio di onnipotenza. Mai successo in vita mia! Poi l’entusiasmo si è ridimensionato, ci sono stati momenti buoni e ricadute, e poi di nuovo momenti buoni. Ma godersi la rabbia, il delirio di onnipotenza, la sensazione di avere finalmente tutto nelle proprie mani, è l’inizio migliore che ci si possa concedere :)