Ebbene sì.
Se sei mesi fa avessi dovuto scegliere un titolo per il diario dei miei pensieri, avrei sicuramente optato per questo.
Se talvolta, in qualche breve sprazzo di lucidità, mi convincevo che no, non avevo investito nessuno senza accorgermene, non avevo infranto la legge e non sarei stata arrestata da un momento all’altro, restavo nella ferma convinzione che comunque prima o poi avrei fatto qualcosa di terribile.
Quasi sicuramente mi trovavo in un periodo stressante, per un motivo o per un altro, ma gli unici momenti vividamente impressi nella mia memoria, che di solito è molto, molto buona, sono quelli in cui mi figuravo scene trucide in cui brandivo il coltello da cucina e lo piantavo nel petto del mio ragazzo. Tagliavo le cipolle e pensavo a questo. Mi dicevo, sul momento, che non era possibile, ma poi la mia mente mi rispondeva che la sequenza di azioni necessaria era talmente breve e immediata da separarmi di poco dall’atto compiuto. Ho un coltello in mano. Il mio ragazzo è accanto a me, stiamo chiacchierando. Dovrei solo voltarmi, e avrei finito. No, mi rifiutavo di correre un simile rischio.
La mia cucina ha una doppia porta, che ho sempre visto come splendida, quasi trionfale nel suo bianco avorio pronto a essere spalancato sull’angolo di mondo di cui mi servivo per viziarci con pranzi, cene, colazioni e lussuriosi spuntini. Da quel momento in poi la cucina non era più questo. Era una nemica perché conteneva quel ceppo di coltelli che avevamo acquistato, soddisfattissimi, ad un prezzo più che ragionevole. E la sua doppia porta trionfale era doppiamente nemica, perché priva di chiave. Avevo deciso che non ero una pazza, non avrei mai fatto del male a nessuno, consciamente, figuriamoci alla persona che amo. Poi se anche fosse stato io, essendo minuta e ben poco atletica, non potevo certo essere in grado di fare del male al mio ragazzo. Il mio doc, allora, ha aggirato questa ritrovata certezza dicendomi E se invece lo facessi mentre dorme? Da sonnambula? L’unica soluzione era quella di chiudere a chiave la cucina e nascondere la chiave in un posto che da sonnambula mai avrei potuto raggiungere. Se quelle porte avessero avuto la serratura, rendiamoci conto, l’avrei fatto. Per settimane ho cercato di ideare metodi degni di McGuyver per sprangare quelle dannate porte, ma alla fine sono stata costretta a fare, molto involontariamente, quella che viene chiamata esposizione e infischiarmene del pericolo.
Beh, è passato e non ho fatto del male a nessuno. Nemmeno a me stessa, neanche per sbaglio, nemmeno un taglietto per sbaglio, affettando i pomodori. Tiè, doccaccio.
La morale di questa storia che ammetto, trovo ancora un po’ angosciante rivangare (il mio doc in questo momento mi sta facendo temere che leggendo questo post qualcuno verrà davvero ad arrestarmi o internarmi), è che per quanto inaccettabile, orribile, inqualificabile possa sembrarci un pensiero, non equivale a un’azione. Mai. E se un’educazione rigidamente cattolica vi ha convinti del contrario beh, è arrivata l’ora di sostituire al senso letterale un po’ più di elasticità. I dockers tendono ad effettuare quella che viene chiamata fusione pensiero-azione, e ad associare cioè a un determinato pensiero un effettivo pericolo o un giudizio morale insindacabile. Questa definizione è ovviamente incompleta e poco esauriente, consiglio caldamente di approfondire l’argomento leggendo qualcosa di più specifico e autorevole degli sproloqui della sottoscritta.
Ad ogni modo, per fare qualche esempio, se passeggiando per la strada sopraggiunge il pensiero intrusivo di sferrare un calcio a un’indifesa vecchietta allora sono uno psicotico latente, se leggendo un articolo di turbe cronaca nera provo un fremito paragonabile all’eccitazione sono un morboso, un deviato, se per anche solo un millisecondo mi immagino in atteggiamenti intimi con mio fratello, zio, cugino, pescegatto di famiglia allora sono un incestuoso.
Niente di tutto questo è nemmeno lontanamente vero. Come afferma Lee Baer in The imp of mind ogni uomo ha un lato sadico, che porta di tanto in tanto la sua mente a immaginare situazioni socialmente e moralmente inaccettabili. Capita a tutti, e uno dei primi esempi terapeutici che descrive è proprio quello di un prete tormentato dall’idea di trovare sessualmente attraenti le donne con cui aveva a che fare. Questo prete era più che sicuro di voler tener fede al voto di castità, e proprio per questo trovava inaccettabili e inammissibili i voli della sua immaginazione.
Certo, questo esempio è molto meno penoso di altri che avrei potuto fare nell’ambito di doc aggressivi o pedofili, in cui la persona affetta da tali ossessioni è letteralmente logorata dalla propria coscienza. Nessun docker metterà mai in atto ciò che teme, perché è proprio questa la chiave: il doc si attacca a ciò che più temiamo. Il prete di cui sopra aveva nella castità quasi uno scopo di vita, mentre il doc pedofilo o aggressivo colpisce spessissimo madri e padri di famiglia, che temono di fare del male alla creatura che più amano. Viste dall’esterno sembrano paure irrazionali. Come si può temere di far del male a qualcuno se l’idea appare così spaventosa e terribile? Beh, trattandosi di un disturbo, che per quanto perfettamente curabile può essere molto invalidante, questa certezza non basta più, sembra svanire. Ci si dice Dio mio, se sono stato capace di immaginare di far del male a mio figlio sono una persona orribile e magari potrei farlo davvero. Fusione pensiero-azione.
Sostiene ancora Baer, e qui prego eventuali lettori di prendere con enormi pinze ciò che sto scrivendo perché non sono un’esperta e non userò termini tecnici, che nel doc ci si trova di fronte a una sorta di malfunzionamento del lobo frontale del cervello, deputato ad inviare sensazioni come la responsabilità, il senso di colpa e affini. Malfunzionamento sì, ma in termini di superlavoro. Baer, infatti, distingue un docker da un effettivo psicotico proprio per via dell’insopportabile senso di colpa che accompagna sempre questo genere di ossessioni. C’è, intensissima, la percezione dell’immoralità dell’atto che si teme di compiere. Anche se a volte, quando il disturbo di cronicizza, sembra di no. Ho letto più di qualche persona, che come me utilizzava l’ansia per riconoscere le ossessioni, che scriveva di non provare più niente all’idea di suicidarsi (nel caso di doc da suicidio) o mettere in pratica l’oggetto delle ossessioni. E certo che non provava più niente. Purtroppo dirsi “non farò mai la cosa che temo perché provo ansia all’idea di farla” è una rassicurazione che senza adeguata terapia lascia il tempo che trova. Prima o poi arriva il doc a chiedere se davvero si prova tutta questa ansia. E a quel punto non la si sente più, perché la paura più grande è diventata “Non provare ansia o disgusto all’idea di mettere in atto l’ossessione”. E il doc ha attaccato con successo proprio questo.
Dov’è la soluzione, allora? Vorrei citare, paro paro, un’illuminante risposta data dal dottor Melli, presidente di IPSICO e AIDOC a un ragazzo che soffre di doc pedofilo:
Carissimo,
il suo errore fondamentale sta nel valutare che accettare queste immagini “oscene”, concedersi di sperimentarle, sia un segnale di malattia (pedofilia). Sarebbe come dire che eccitarsi guardando altre persone avere un rapporto sessuale è il segno di essere un “guardone” (tecnicamente detto vouyer). Tutti si possono eccitare guardando altri avere rapporti (altrimenti non esisterebbe l’erotismo) ma questo non significa essere perversi.
Allo stesso modo, accettare di provare un impulso verso una persona dello stesso sesso non significa certo essere un omosessuale.
Sono tutte cose normalissime e diventano ossessive soltanto perché la nostra morale non ci consente di accettare che noi pensiamo tranquillamente (e non con orrore o disgusto) cose così oscene senza etichettarci come “persone oscene”, al pari dei pedofili veri.
È proprio così, anche se per me leggere questo intervento all’inizio della terapia avrebbe costituito un ottimo spunto ma, ahimè, non la soluzione. Il punto non è impedirsi di pensare, perché ognuno di noi vive ogni giorno immagini intrusive di ogni tipo. Bisogna imparare a scindere il pensiero dall’azione, riuscire a convincersi che pensare qualcosa non ci rende perversi o pericolosi, specie se - per giunta - siamo così rigidi e intransigenti nel giudicare come inaccettabile o bizzarro quel pensiero.
Per quanto mi riguarda dovrò accantonare questo titolo per la mia futura autobiografia. La mia mente, per fortuna o purtroppo, è perfettamente comune.